Osservando la sfinge - Ignazio Licata
DIALOGHI CON LA SFINGE QUANTISTICA
Intervista al Prof. Ignazio Licata
Ignazio Licata, allievo e poi collaboratore di D.Bohm, J. P.Vigier e G.
Arcidiacono, Full Professor of Theoretical Physics presso l’Institute
for Basic Research, Palm Harbor, Florida, USA, dopo il fortunato
La Realtà Virtuale- L’altra storia della fisica quantistica, edito nel
1992, ritorna sull’argomento con un libro nuovo, più ricco, con una bibliografia
triplicata e nuove prospettive sull’argomento. Una particolare attenzione
è data al ruolo della non-località nella teoria quantistica dei campi,
in particolare nello studio degli stati coerenti, che suggerisce una
nuova stagione della teoria quantistica ed un suo ruolo centrale non
soltanto per la costruzione di una Teoria del Tutto, ma anche nella costruzione
delle future Teorie dell'Organizzazione.
Gli abbiamo posto alcune domande sul libro e sul suo bisogno di tornare
sul tema.
Lei nella Prefazione alla nuova edizione scrive: “Molte cose
sono nuove perché si è voluto scegliere un diverso modo di dirle, speriamo
più chiaro, altre perché sono cambiate, sia nei fatti che nella testa
dell’autore”. Cosa è successo?
In effetti si tratta di una vera e propria riscrittura, cosa che giustifica il nuovo titolo, e smuove, in via del tutto eccezionale, la mia filosofica pigrizia! Come in ogni rispettabile eresia, anche il pensiero critico sulla MQ è piuttosto diversificato rispetto alla compattezza degli “ortodossi”. Scrissi La Realtà Virtuale l’anno in cui morì David Bohm, nel 1992, spinto soprattutto dall’idea di far conoscere l’esistenza di una serie di proposte alternative sul significato e l’uso del formalismo quantistico, legate alle interpretazioni realistiche. In quel periodo ero molto legato alla versione stocastica messa a punto da Bohm e Vigier durante la loro collaborazione, e centrai gran parte del libro su quella. In seguito venni a conoscenza, tramite Basil Hiley, di una serie preziosa di inediti di Bohm, dove era sviluppato un approccio topologico alla non-località assai convincente e molto seducente dal punto di vista matematico, e cominciai a vedere la possibilità di costruire un nuovo modello di spazio-tempo in cui i processi non-locali fossero cittadini naturali, e non strani forestieri legati a soluzioni di compromesso come la super-luminalità.
Alt! Avevamo deciso che l’intervista dovesse essere per tutti! Mi dica in breve cos’è la non-località..
Accetto la sfida, se è vero che nessun fisico pensa con formule, come scrisse Einstein! Una serie formidabile di esperimenti, tra i quali quello ormai classico di Alain Aspect e collaboratori nel 1982, hanno mostrato che le particelle quantistiche che sono state in stato di singoletto, ossia connesse dalla stessa funzione d’onda, una volta separate, in particolari condizioni (basso rumore termico) restano in contatto, e si scambiano segnali istantanei. Questo termine va messo decisamente tra virgolette, poiché si capisce che un comportamento del genere vìola il limite massimo di velocità della luce, che com’è noto, costituisce un punto fermo della relatività ristretta. Sarebbero dunque segnali super-luminali.Ma questo è un linguaggio ancora troppo classico. È vero che la relatività ristretta proibisce interazioni, e dunque trasporto di energia a velocità iper-c, ed è stato dimostrato che questi segnali non trasportano energia ma un particolare tipo di impulso (Recami, Kostro), ma è possibile anche ampliare lo stesso modello di spazio-tempo e non pensare alla non-località come ad un viaggio di qualcosa, ma piuttosto come un legame strutturale che si manifesta tra strutture nello spazio-tempo ampliato, e che noi vediamo come una sorta di trasmissione.
È qualcosa che ha a che fare con il Quantum Computing?
In tanti anni di fisica teorica ho imparato a non fare la Cassandra, ma non credo molto nei computer quantistici. I processi quantistici, come la non-località, la sovrapposizione ed altro, richiedono un silenzio particolare che serve a preservare le caratteristiche della funzione d’onda (coerenza). È un velo sottile che si lacera facilmente, ed è per questo che il mondo ci appare locale.Gli sperimentali sono però creature diaboliche, e da loro c’è da aspettarsi di tutto. La sfida è quella di estendere le condizioni di coerenza sull’ordine di domini ottici sempre più grandi. Attualmente non vedo nulla di convincente, però è sempre un piacere cambiare idea.
Sono questi esperimenti i fatti nuovi?
Gli esperimenti sulla non-località continuano, e sono sempre più complessi ed interessanti, ma ci sono altre cose che mi hanno fatto parlare di fatti nuovi. Nel 1989, se ricordate, ci fu l’affare della fusione fredda. A parte il gioco delle aspettative energetiche e le polemiche che ne seguirono, il fenomeno mostrava effettivamente delle caratteristiche nuove ed interessanti che riguardano la nostra conoscenza della struttura della materia. Rimasi molto colpito dai brillanti lavori del compianto Giuliano Preparata e del suo gruppo, tra i quali voglio ricordare Emilio Del Giudice, su una possibile descrizione dei fenomeni di cold fusion basata sulla considerazione di termini non-lineari nel cuore della tradizionale elettrodinamica quantistica, i cosiddetti domini di coerenza. In questo modo Preparata aveva dato contributi fondamentali al problema del confinamento dei quark, e si riprometteva di utilizzare questi metodi nello studio di altri fenomeni. Immerso com’ero nella legacy di Bohm, mi resi conto che questo tipo di processi cooperativi legati ai domini di coerenza sono essenzialmente il modo in cui nella teoria quantistica dei campi si manifesta la non-località. È questa l’idea davvero nuova del libro. La non-località ci impone di modificare il modello di spazio-tempo, ma in cambio ci offre una visione diversa e feconda di fenomeni come la super-fluidità, la super-conduttività, la condensazione di Bose-Einstein, e tante altre cose. Fino a nuove intuizioni in biologia teorica, ossia lo studio della materia vivente. Qui si apre uno scenario ancora in gran parte inesplorato di relazioni tra non-località, non-linearità, e discretizzazione che potrebbe cambiare molto la nostra visione della teoria dei campi.
Qual è la differenza sostanziale tra MQ ortodossa e le teorie realistiche?
Buona domanda! La Meccanica Quantistica è stata messa a punto negli anni ’20, e trova la sua espressione tradizionale nell’equazione di Schrödinger, che si è mostrata utilissima ed ha permesso un impetuoso sviluppo della fisica atomica, come la si chiamava allora. La MQ fissa un criterio fisico preciso per la nozione di piccolo, oggetti e processi dell’ordine della costante di Planck, e descrive gli oggetti quantistici tramite una peculiare funzione d’onda che ne differenzia il comportamento rispetto agli oggetti classici della fisica newtoniana. L’interpretazione ortodossa messa a punto da Bohr, Born, Heisenberg ed altri, interpreta questa funzione d’onda come una funzione di probabilità, un algoritmo matematico che fornisce, appunto, la probabilità di trovare, ad esempio, un elettrone in una certa posizione dello spazio ad un dato istante.Le interpretazioni realistiche, pur nella varietà degli approcci, ricercano un significato fisico diverso a questo oggetto, e questo porta ad un cambiamento nello stesso concetto di particella e del suo essere nello spazio-tempo. Il problema è che per molto tempo questi problemi sono stati considerati dalla maggior parte dei fisici questioni di retroguardia, da risolvere con un atteggiamento pragmatico: la MQ funziona, dunque perché porsi domande meta-fisiche?
Ma in effetti la MQ funziona…
Cosa vuol dire che una teoria funziona? Che dà buone risposte all’interno del range di fenomeni che ne costituisce il dominio. In questo modo nascono le letture standard. Ma purtroppo una sorta di inerzia intellettuale fa sì che man mano che il dominio si amplia e le domande si accumulano, si tende a far rientrare tutto nella forma fossile della teoria, invece di tentare strade alternative. Intendiamoci: non amo le rivoluzioni facili, ma trovo che una questione scientifica meriti sempre una risposta; del resto anche dalle sconfitte si può imparare qualcosa di prezioso. La MQ è l’ABC del comportamento quantistico. Per capire davvero come funziona il mondo degli oggetti quantistici bisogna utilizzare la teoria quantistica dei campi (TQC), che si propone una trattazione unificata dei comportamenti di campi e particelle utilizzando i principi della relatività e della MQ. Un esempio efficace di teoria quantistica dei campi è l’elettrodinamica quantistica, che riguarda l’interazione tra particelle cariche e fotoni, ed è merito della seconda generazione quantistica, tra cui Feynman, Schwinger, Tomonaga, Dyson, Wick…. In effetti, la TQC si può considerare un livello fondamentale di qualsiasi cosa in futuro verrà presentata come Teoria del Tutto. Ora, in TQC l’interpretazione probabilistica appare se non altro limitativa. Questo non viene detto spesso. Mi limito soltanto a due esempi importanti. Una probabilità non può essere negativa per definizione, ma sia la teoria che recenti esperimenti rendono molto discutibile questo aspetto dell’interpretazione standard. Un altro punto importante è la linearità. Lo stesso Fermi, negli ultimi anni, affermò che non era scritto nella Bibbia che la Natura dovesse seguire necessariamente i nostri modelli lineari. Anzi, i problemi accennati sopra,relativi ai domini di coerenza, inducono a pensare che la MQ è soltanto il limite lineare di una TQC non-lineare e non-locale. Allora bisogna spostare l’asse dell’intero dibattito, e non considerarlo un vezzo filosofico!
I fisici hanno vezzi filosofici?
I teorici si, più di tutti gli altri scienziati, anche se i biologi non scherzano! La discussione sulla MQ cominciò con le perplessità di Einstein, che ingaggiò un formidabile duello intellettuale con Niels Bohr con lo scopo di mostrare che l’interpretazione probabilistica era inconsistente o incompleta. In realtà c’era una certa nostalgia per il vecchio determinismo, che si nota anche in alcune delle prime teorie con variabili nascoste, elaborate con l’intento di mostrare la possibilità di schemi alternativi.Questo innescò una serie di dibattiti sulla casualità, la causalità, l’osservatore, il determinismo, molto interessanti ma in definitiva piuttosto sterili. Chi lavorava con la fisica delle particelle non vedeva in questi lavori qualcosa che poteva aiutarlo a trovare delle risposte ai suoi problemi, e così progressivamente gli sperimentali cominciarono a disinteressarsi di questi problemi concettuali. Si formò una casta di teorici specializzati in questi dilemmi,ma spesso il loro terreno di caccia non andava al di là della buona vecchia equazione di Schrödinger. Se consideriamo invece queste domande all’interno della TQC, tutto appare più concreto, e di immediata rilevanza fisica.Ad esempio, la struttura della particelle.
Insomma, il modo di leggere la MQ influisce sulla stessa nozione di particella?
Esattamente. Lasciamo per un attimo da parte le questioni sul ruolo della probabilità in natura, sulla casualità e sulla causalità, e consideriamo la descrizione delle particelle elementari. A parte qualche tentativo interessante ma incompleto, come l’elettrodinamica classica non-lineare di Born-Infeld, le particelle sono state descritte come oggetti puntiformi. Questo porta con sé una serie di difficoltà che storicamente hanno avuto vari nomi e sono state affrontate con metodi diversi: auto-interazione, rinormalizzazione… . L’essenza della faccenda è che ci sono grandezze che tendono ad infinito avvicinandosi alla particella. E un infinito è sempre segno di cattiva salute in una teoria fisica. Nelle teorie realistiche, la funzione d’onda è parte integrante della descrizione della particella, e non un semplice artificio formale per far tornare i conti. Immaginiamo allora la particella come un oggetto esteso, non una banale sferetta, ma qualcosa di più complesso, ad esempio un pacchetto d’onde confinato, o una struttura like-soliton; o, spingendoci ancora più in là, eliminiamo le particelle come oggetti fondamentali e consideriamole processi emergenti dalla stessa struttura dello spazio-tempo nella quale risiede il senso autentico della funzione d’onda. Un oggetto di questo tipo è certamente sfumato rispetto ad una rappresentazione classica,e si comprende come possano valere i limiti del concetto di “posizione” impliciti nel principio di indeterminazione di Heisenberg, senza per questo dover rinunciare in linea di principio ad una rappresentazione! In questo caso possiamo porre diverse domande interessanti: come interagiscono oggetti di questo tipo? Cosa accade quando si avvicinano, nella zona di inter-penetrazione? Ecco delle buone ragioni fisiche per indagare il significato della funzione d’onda. Cambiare interpretazione cambia anche il modo di lavorare e sviluppare il formalismo, e dà origine a nuovi modelli. Abbandonando l’ipotesi di oggetto puntiforme, di località e linearità nella descrizione delle interazioni, si delineano nuove possibilità, ad esempio in chimica quantistica. Tutte buone ragioni per andare con fiducia oltre le colonne d’Ercole dell’interpretazione ortodossa.
Che ne pensa della Teoria delle Super-Corde?
Credo che la domanda nasca dal fatto che ne La Realtà
Virtuale ho trattato la cosa in modo un po’ distaccato, mostrando
non soltanto un certo scetticismo, ma anche il riflesso di alcune difficoltà
nei rapporti personali con alcuni guru delle super-corde. Ritenevo
sbagliato tentare di sviluppare una teoria così ambiziosa senza mettere
in discussione la versione standard della MQ, e sono sempre stato convinto
della necessità di abbandonare le nozioni del continuo. Avevamo su questo
degli scontri. Ci sono stati da allora degli sviluppi molto speculativi
ma assai interessanti che ho seguito con attenzione, relativi agli strappi o lacerazioni dello
spazio-tempo (flops), e c’è un nuovo generale accordo sulla necessità
di abbandonare la nozione di varietà continua sulla scala di Planck,
ossia intorno a 10-33cm e 10-43 sec. A questo livello anche la non-località
dovrebbe apparire come un costituente fondamentale dello spazio-tempo.
Sono apparsi recentemente dei lavori promettenti in questa direzione
ad opera di Susskind, Smolin e dello stesso Witten. Più in generale,
trovo interessante il tentativo di ridurre il numero delle proposizioni
fisiche di base ad un pugno di assiomi tenuto assieme da motivi di consistenza
logica. Non è la prima volta che un programma di questo tipo viene tentato,
la storia della matrice-S è stata dimenticata troppo in fretta, ma stavolta
è possibile arrivare a qualche risultato interessante. Non soltanto tutte
le versioni della teoria delle corde sono confluite nella M-Theory, ma
si stanno indagando dei collegamenti profondi con altre teorie molto
potenti anche se forse meno note, come i twistors di Penrose.
Ognuna di queste teorie contiene un quantum veritatis, e mi aspetto
delle confluenze interessanti in un futuro non troppo lontano.
Che posto occupa in questo scenario la sua Dinamica Reticolare?
La Dinamica Reticolare dello spazio-tempo è stata creata nel 1988, dopo una lunga gestazione,con l’idea di indagare le condizioni più generali per una radicale quantizzazione dello spazio-tempo.Immaginiamo per semplicità uno spazio-tempo a cellette, come il cubo di Rubik. Ad ogni cella è associato un oscillatore non-lineare. È il gioco molteplice degli accoppiamenti tra gli oscillatori che produce gli oggetti fermionici e bosonici, e recentemente ho potuto mostrare che le condizioni sulla tassellatura hanno un ruolo decisivo anche per questioni di cosmologia quantistica. Le difficoltà con una teoria di questo tipo consistono nel ricavare soluzioni analitiche dirette; le equazioni sono troppo complicate! La situazione si è sbloccata qualche anno fa, quando alcune strategie mi hanno permesso di semplificare il modello senza troppi sacrifici al suo senso fisico, ed a proporne una versione basata sugli automi cellulari, che ben si presta alle simulazioni con un software che mi è stato fornito dal gruppo di Santa Fè. Anche t’Hooft di recente ha proposto idee analoghe. Mi trovo dunque in linea con altri “eretici”, come Wolfram e Fredkin sul mondo ad automi cellulari. Evidentemente il mio destino è quello di far parte di rumorosi partiti di minoranza!
A questo punto è inevitabile chiedere qualcosa sulle relazioni tra teoria quantistica ed informazione...
La cosa più importante che si può dire è che senza la struttura quantistica del mondo non ci sarebbe informazione alcuna, o almeno non ci sarebbe mai informazione nuova. Nel mondo newtoniano, fatto di particelle puntiformi, deterministico e lineare, non potrebbero mai crearsi strutture, o comunque si replicherebbero sempre uguali a se stesse, ed alla fine l’orologio cosmico sarebbe eroso dall’entropia. La gran varietà del mondo è strettamente legata alle statistiche fermioniche e bosoniche, ed alla possibilità di un ampio gioco di livelli energetici che permette alle strutture di farsi e disfarsi. L’intero dibattito recente sulla teoria dell’emergenza e della complessità non può avere basi solide senza considerare il formalismo quantistico. Del resto, se lo spazio-tempo è discreto ad un livello fondamentale, è possibile porre in modo rigoroso anche il problema più generale delle relazioni tra teoria quantistica e computazione. Ho dato un certo spazio a questi problemi nella nuova Sfinge.
Si parla molto di teorie quantistiche della mente. Lei che ne pensa?
Ci sono diverse posizioni in questo campo. Ci sono quelli che ritengono che nel funzionamento della mente entrino in gioco, a vari livelli, effetti quantistici. Il più famoso oggi è sicuramente Penrose, con la sua teoria dei microtubuli caldeggiata da Hameroff. Così com’è, è una teoria che non regge, proprio per la questione della coerenza quantistica che abbiamo discusso, che non può conservarsi nel rumore termico del cervello. Mi piace anche ricordare alcuni lavori molto originali di Evan Harris Walker negli anni ’70, un tipo che ho perso un po’ di vista. Poi ci sono le posizioni alla Wigner, in un periodo riprese ed amplificate da Wheeler, secondo cui la mente dell’osservatore è responsabile di uno dei postulati chiave dell’interpretazione di Copenhagen, il collasso della funzione d’onda. È la mente dell’osservatore che nell’infinito spettro dello spazio delle possibilità sovrapposte, lo spazio di Hilbert, sceglie la realtà che viene osservata. È affascinante, ma per citare Pulp Fiction, rispetto alla fisica non mi sembra lo stesso terreno di gioco, anzi: non è neppure lo stesso gioco! Poi c’è il gruppo più interessante, che risale ad un lavoro di Umezawa e Ricciardi del ’67, che propone il formalismo della teoria dei campi come strumento descrittivo delle strutture cognitive, con la creazione di pattern che si richiamano e si rinnovano. Lo spazio delle possibilità quantistiche, insomma, viene trattato come uno spazio dei pensieri! Si tratta di un approccio che potremmo definire rappresentazionale, e che non ha particolari vocazioni bio-morfe, anche se recentemente sono state studiate le possibili relazioni tra una descrizione di questo tipo e quelle basate sulle reti neurali. Due nomi importanti in questa direzione sono Eliano Pessa e Giuseppe Vitello.
Cosa ci racconta la MQ sull’origine dell’universo?
Una cosa essenziale, che purtroppo non viene mai detta con chiarezza sufficiente: che la vecchia visione del big-bang, inteso come palloncino termodinamico, è finita! Ci sono diversi modi per introdurre il fattore quantistico all’interno delle tradizionali soluzioni di Fridman della Relatività Generale (RG), e la storia delle teorie cosiddette inflazionarie potrebbe ormai occupare un saggio a parte, ma è possibile delineare un panorama unitario, che nei prossimi anni si arricchirà di nuovi elementi. All’inizio era il vuoto quantistico, la forma più sottile e fondamentale di oggetto fisico. Questo vuoto era instabile e ricco di possibilità virtuali, contenute nella sua stessa struttura. Ragioni di coerenza sperimentale ed evidenze sperimentali ci suggeriscono di non pensare alla nascita dell’universo come a qualcosa di molto piccolo, una sorta di piccolo “atomo” di spazio-tempo-materia che “esplode” e si gonfia, ma piuttosto come ad una nucleazione dal vuoto, al cui interno si “cristallizzano” zone separate come i domini di Ising in ferromagnetismo. E questa collezione di universi non sono necessariamente retti da leggi simili; anzi, in ognuno i valori delle costanti fisiche possono essere sensibilmente diversi, e dunque diverso è il complesso della fisica di ogni singolo universo.Uno dei primi ad indagare questo panorama vertiginoso fu il grande Sacharov, in uno dei sui ultimi e bellissimi articoli. Adesso le domande interessanti sono quelle relative alle condizioni al contorno, sia nella classe globale degli universi, che all’interno di ogni singolo dominio cosmologico. Un’altra questione è il gioco della non-località e del suo successivo lacerarsi durante lo sviluppo delle forme note di materia ed energia. C’è una tendenza ben fondata a recuperare il modello di De Sitter e la costante cosmologica, che ha un profondo significato fisico proprio in relazione alla fisica quantistica. Quello che qui mi preme, è ricordare il potente approccio gruppale al problema cosmologico ideato da L. Fantappiè, uno dei più grandi matematici del secolo, e sviluppato dal suo allievo G. Arcidiacono, dai cui consigli ed insegnamenti ho imparato molto più di quanto mi sia possibile qui ricordare. Si tratta di un metodo matematico che non impone modifiche ad hoc alla RG, e che fissa con grande eleganza matematica i risultati essenziali della “moderna” cosmologia quantistica. E’ una storia di “ordinaria rimozione”, come avviene spesso nella scienza. Forse si tratta di “pre-maturità”, forse è qualcosa di peggio, e più meschino.
Qual è il posto della MQ all’interno della fisica teorica? E chi aveva ragione alla fine, Einstein o Bohr?
Direi, forzando un po’ le cose, che la MQ , e la TQC, sono il cuore pulsante della fisica teorica! I fenomeni quantistici ci impongono a vari livelli una rilettura sia della fisica classica che della relatività, ed è possibile, come sempre quando si è fatto un lungo percorso in ascesa,dominare oggi un panorama più vasto; guardandosi all’indietro, dalla prospettiva quantistica, è possibile davvero capire perché il mondo ci è apparso via via newtoniano, relativista, e così via. Einstein o Bohr? Avevano ragione entrambi! Bohr correttamente insisteva sulla necessità di modificare i nostri schemi concettuali e linguistici entrando in un nuovo range d’esperienza. Einstein però aveva intuito che l’interpretazione probabilistica poteva innescare un processo irreversibile di polverizzazione di quelli che lui chiamava “elementi di realtà fisica” presenti nei nostri costrutti teorici.Nel mio libro cerco di mostrare come gli sviluppi nati dalle interpretazioni realistiche, ed in particolare dall’ultimo Bohm, siano una sorta di complementarità Einstein-Bohr, a patto di ampliare le nozioni di spazio e di tempo utilizzando la non-località, la non-linearità e l’abbandono del continuo. E come tutto questo possa tranquillamente fare a meno dell’interpretazione standard. Esiste infatti un recupero tutto contemporaneo di alcune formulazioni matematiche precedenti all’interpretazione “definitiva”, come ad esempio il brillante lavoro di Pascual Jordan, che è molto profetico sulla TQC.
Ci saranno nuovi ripensamenti sulla Sfinge Quantistica?
Ce ne sono ogni giorno, ma non ho intenzione di scriverci
un libro ogni volta! Sono molto laico nel valutare le proposte teoriche,
anche molto diverse tra loro, e mi piace esplorarne le possibilità. I miei
cassetti sono molto più ricchi della mia bibliografia ufficiale, come credo
avvenga per tutti i teorici. Ho la tendenza a pubblicare poco, e mi decido
solo quando un’idea mi sembra sufficientemente solida da suggerire davvero
qualcosa di veramente buono. Poi in questo periodo sono occupato nello
sviluppo della teoria dei sistemi logicamente aperti, che è connessa alla
teoria semantica dell’informazione, e ad alcune idee legate alla non-località
ed ai domini di coerenza in TQC. In ogni caso, non sarà necessario scrivere
una terza Sfinge. Nella prima edizione una delle motivazioni era costituita
dal fatto che la comunicazione sulla MQ assomigliava ad una letteratura
in stile Alice nel Paese delle Meraviglie, con un’insistenza stucchevole
ed imprecisa sui paradossi ed i misteri! Poi sono usciti degli ottimi libri,
come quelli di Cini e di Ghirardi, che mi hanno permesso di esplorare altre
strade, con particolare attenzione alla teoria quantistica dei campi.
Molto più realisticamente, mi verrà voglia di tornare su queste cose, ma
mi accorgerò che le nuove leve scrivono cose per me ormai incomprensibili.
È un bel modo di invecchiare per un teorico. Sapere che c’è sempre qualcuno
che ha nuove domande da fare alla Sfinge.
(a cura di Johanna Hofmann)